Storia di fango e rivalità

Si è chiusa la stagione 2017/’18 di cyclo-cross: ecco un approfondimento su questa bellissima disciplina ciclistica

Salite brevi e durissime. Discese a rotta di collo. Rampe ed ostacoli artificiali. Scale con la bicicletta in spalla. Prato, sabbia e asfalto. Molto spesso pioggia, qualche volta neve. E fango, tanto fango, soprattutto fango.

Il cyclo-cross è una disciplina ciclistica invernale, che si corre su circuiti artificiali di 3-5 km da percorrere per un numero variabile di giri, per circa un’ora di gara – in media, fra i professionisti. Affonda le sue radici nella Francia di inizio ‘900: tempi in cui la preparazione invernale consisteva principalmente (se non esclusivamente) nel pedalare. Non era raro che i corridori si trovassero a passare con le bici nei prati – e comunque le strade dei tempi erano per lo più in terra battuta. In questo modo, allenavano e mettevano alla prova la forza muscolare, il fiato e la capacità di guida del mezzo, alternando alla pedalata i momenti in cui bisognava correre per scavalcare i fossi o superare salite troppo ripide.

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Come detto, la Francia fu la culla di questo sport: Octave Lapize fu uno dei primi a praticare questo tipo di allenamento ed a “inventare” la tipica corsa con la bicicletta sulle spalle. Nel 1902 furono organizzati i primi campionati nazionali francesi, sotto la guida di Daniel Gousseau e Géo Lefèvre, quest’ultimo ideatore del Tour de France.
La prima gara internazionale fu “Le Critérium International de Cross-Country Cyclo-Pédestre“, tenutosi a Parigi nel 1924. Solo negli anni quaranta l’UCI cominciò a regolare il ciclocross e il primo campionato mondiale si tenne a Parigi nel 1950 e fu vinto da Jean Robic.

 

 

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La dominazione francese nel cyclo-cross durò fino alla fine degli anni ’50. Nel 1959, ai Mondiali di Ginevra, ad imporsi fu il veneto Renato Longo, e capace di vincerlo per ben 5 volte in carriera.

Dalla metà degli anni ’60 invece, il cyclo-cross comincia a parlare vlaams – e non smetterà più. Cominciò infatti il dominio di Eric De Vlaeminck, vincitore di ben 7 Mondiali fra il 1966 ed il 1973 (6 consecutivi) ed innumerevoli altre corse. Riuscì ad imporsi anche in alcune gare di ciclismo su strada, chiudendo 2° alla Gent-Wevelgem del 1969, dietro al celebre fratello Roger, che nel 1975 avrebbe vinto a sua volta un Mondiale nel cyclo-cross.

 

 

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Da lì in poi, sono pochi le annate che non abbiano visto un fiammingo fra i protagonisti. La Svizzera ha dominato la seconda parte dei ’70, in un periodo di ‘ricambio generazionale’, ma dagli anni ’80 il cyclo-cross è caratterizzato dalla rivalità fra Belgio e Olanda, anche grazie all’istituzione del Superprestige – un campionato di otto gare organizzate appunto in questi due Paesi. Nel 1993 l’UCI istituisce la Coppa del Mondo, campionato composto da 9 gare.

In quegli anni, fra i ‘non-belga‘ si distinguono gli italiani Daniele Pontoni e Luca Bramati. Il primo riesce a vincere un Mondiale nel 1997, mentre il secondo centra una prestigiosa doppietta nel 1996, aggiudicandosi Superprestige e Coppa del Mondo.

Un altro fenomeno è l’olandese Adrianus Aloysius Jacobus van der Poel: professionista dal 1981 al 2000, in carriera ha vinto il Giro delle Fiandre nel 1986, la Liegi-Bastogne-Liegi nel 1988, due tappe al Tour de France e il Mondiale di ciclocross nel 1996. Buon sangue non mente, come vedremo fra poche righe.

A fine anni ’90, comincia l’era di Sven Nys, il ‘cannibale‘ del cyclo-cross. Il fiammingo, classe 1976 e professionista dal ’98 al 2016, in carriera ha vinto 2 Mondiali, 7 Coppe del Mondo (concludendo altre sette volte sul podio), e 13 (tre-di-ci) volte il Superprestige, conditi da 9 campionati nazionali e da decine e decine di altre gare. Dominatore assoluto insomma: chi è riuscito a vincere qualcosa in questa disciplina dall’inizio di questo nuovo millennio ha dovuto battere Nys per riuscirci.

 

 

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Seguendo le gesta mitiche di Sven Nys arriviamo fino ai giorni nostri. Il dominio del campione di Bonheiden dura per un quindicennio, e si protrae fino al 2014, quando 38enne vince il Superprestige per l’ultima volta e conclude i Mondiali con la medaglia di d’argento al collo.

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nel 2016 è uscito un documentario sull’ultimo anno da pro di Nys

Il crepuscolo del cannibale ha coinciso con l’inizio di una nuova era. Dal 2015 infatti siamo dell’era del binomio Van Aert – Van der Poel, e per gli altri non sono rimaste che le briciole.

Wout Van Aert  nasce ad Herentals, in provincia di Anversa, 15 settembre 1994. Mathieu van der Poel invece è nato 4 mesi dopo, a Kapellen (Belgio, ma ha nazionalità olandese) il 19 gennaio 1995. Figlio di Adrie van der Poel, di cui abbiamo scritto sopra, e nipote di Raymond Poulidor, nella specialità del cyclo-cross ha vinto il titolo mondiale Elite nel 2015, una Coppa del mondo, un titolo europeo, due Superprestige e un DVV Verzekeringen Trofee. Van Aert invece ha vinto tre titoli Mondiali consecutivi, nel 2016, nel 2017 e nel 2018, oltre a due Coppe del mondo, un Superprestige, tre Bpost Bank/DVV Verzekeringen Trofee e tre titoli nazionali.

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Il loro non è un ‘semplice predominio‘: hanno entrambi iniziato a gareggiare fra i professionisti a vent’anni (MVdP ancora doveva compierli…) e con il loro avvento hanno di fatto ‘cancellato’ la generazione precedente. Chi pensava infatti di poter vivere giorni di gloria dopo il ritiro di Nys, ha dovuto invece fare i conti con questi due, che dal debutto sono subito apparsi di un’altra categoria. L’inizio della rivalità Van der Poel – Van Aert è coinciso con un fortissimo cambiamento nel mondo del cyclo-cross anche a livello tecnico. Sono comparsi infatti i freni a disco, provenienti dal mondo della mountain bike, che hanno rapidamente soppiantato i tradizionali freni cantilever fino a farli diventare pezzi d’antiquariato. Con i freni a disco e l’aumento dell’efficienza in frenata che ne è diretto risultato, i corridori hanno potuto spingere le biciclette a velocità molto (MOLTO) più alte, specialmente in curva. Anche le gomme hanno fatto passi avanti da gigante, ed anche il settore della telaistica (sia nei componenti che nelle geometrie) ha vissuto negli ultimi anni cambiamenti radicali.

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Wout van Aert's carbon Felt cyclocross bike. © Cyclocross Magazine

Sopra, la bici con cui Greg Van Avermaet ha vinto la Roubaix 2017. Sotto, la Felt di Van Aert nella stessa stagione, entrambe in carbonio. Le differenze di geometria sono minime, concentrate soprattutto nel triangolo posteriore: i foderi verticali della BMC si attaccano più in basso nel tubo verticale, per conferire più rigidità al telaio. Il compito di assorbire parte delle vibrazioni viene affidato ad uno snodo sul tubo orizzontale – mentre la Felt ha un triangolo posteriore più tradizionale. Il manubrio di GVA ha una presa bassa più profonda, per favorire l’aerodinamica, e corone con più denti (53, contro i 46 di quella più grande di Van Aert). Ovviamente la bici sotto monta freni a disco e coperture (leggermente) più grosse (33 vs 30 mm) e tassellate. Curiosità: per la Roubaix, GVA montava una leva del freno aggiuntiva sulla parte lunga del manubrio.

I due ragazzi terribili, cresciuti con queste tecnologie già a disposizione, non hanno avuto bisogno di alcun tempo di adattamento, a differenza dei colleghi più maturi – ed essendoci ‘cresciuti insieme’ ne hanno potuto trarre da subito i massimi benefici. Tutto ciò potendo già avvalersi, entrambi, di doti fisiche fuori dal comune e di una tecnica da fuoriclasse. In pratica, Van der Poel e Van Aert fanno al momento di una categoria tutta loro, risultando inavvicinabili per tutti gli altri. Nelle ultime 2 stagioni di Coppa del Mondo, solo in un’occasione (su 18) il vincitore della gara non è stato uno dei due.

 

 

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La sfida è destinata a rinnovarsi negli anni a venire. Wout vorrà ‘vendicare’ la stagione 2017/’18, in cui ha chiuso dietro a Van der Poel in praticamente tutte le gare – tranne quella (probabilmente) più importante: il Mondiale è stato un assolo del belga, e l’olandese è letteralmente crollato, rischiando addirittura di finire fuori dal podio.

Il terreno di scontro nei mesi a venire sarà il ciclismo su strada: entrambi i ragazzi infatti corrono con successo anche su strada. In particolare, Van der Poel ha vinto un Mondiale su strada fra gli Juniores, nel 2013 a Firenze, ed ha chiuso 10° l’anno seguente a Ponferrada fra gli U23. Van Aert invece  nelle ultime 3 stagioni ha vinto Ronde van Limburg, Bruges Cycling Classic, Grand Prix Pino Cerami, Schaal Sels, Tour de la Province de Liège ed una tappa del Giro del Belgio a cronometro. MVdP corre anche in mountain bike.

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entrambi sono maestri nel guidare la bicicletta, ma MVdP ha più lo spirito dell’intrattenitore, e non lesina acrobazie in gara

Quest’anno, soprattutto il belga sembra interessato a fare un ulteriore passo in avanti ed accumulare esperienza su strada: è già stata annunciata la sua presenza alla Strade Bianche e alla Parigi-Roubaix. Nessuno si aspetta che le vinca alla prima partecipazione, ma certamente il suo nome desta curiosità. Potenzialmente, il loro dominio può protrarsi per altri 10 anni almeno.

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Zonhoven ’17

Rimane la domanda: chi dei due è il più forte? Sta al lettore rispondere

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